La parola epilessia proviene dal verbo greco “epilambanein” che significa “cogliere di sorpresa”. La crisi epilettica è una reazione particolare del sistema nervoso centrale, che può essere una risposta fisiologica a stimoli eccitatori (corrente elettrica o sostanze chimiche) oppure può essere dovuta ad una disfunzione delle cellule nervose.
Una crisi epilettica isolata non comporta necessariamente la diagnosi di epilessia, come nel caso delle crisi “occasionali” che si hanno in corso di ipoglicemia, ipocalcemia, infezioni, intossicazioni etc. Secondo la definizione della Internazionale League Against Epilepsy (ILAE) del 1989 per poter parlare di epilessia si deve avere la dimostrazione di 2 o più crisi non provocate o spontanee.
Da  importanti studi  epidemiologici risulta che la prevalenza globale dell’epilessia è di 6,8 abitanti su 1.000. L’incidenza globale varia tra 17,3 e 136 per 100.000 abitanti/anno. In studi su popolazioni pediatriche i valori vanno da 41 a 50 per 100.000, in particolare nei paesi in via di sviluppo salgono  a 61-124 per 100.000. L’incidenza varia a secondo dell’età: è sensibilmente maggiore nel primo anno di vita (150 per 100.000) e diminuisce progressivamente negli anni successivi, raggiungendo dopo i 9 anni i valori di 45-50 per 100.000. Studi di incidenza cumulativa indicano che fino a 15 anni 1-1,7% di bambini presenta una crisi non provocata e 0,7-0,8% crisi ricorrenti. Sono circa 10,5 milioni i soggetti al di sotto di 15 anni che nel mondo presentano un’epilessia in fase attiva.
 
In Italia si stima che le persone affette da epilessia siano circa 500.000.
In realtà l’epilessia è una condizione estremamente eterogenea, per cui è preferibile parlare di Epilessie e non semplicemente di Epilessia.
Le varie forme di epilessia si possono infatti presentare con caratteristiche molto diverse tra di loro. Per tale motivo la Lega Internazionale contro l’Epilessia ha proposto delle classificazioni per distinguere le diverse forme. La classificazione attualmente in vigore risale al 1989 ed è basata su due tipi di approccio, uno topografico e l’altro etiologico.
L’approccio topografico, cioè basato sul tipo di localizzazione delle epilessie, consente la distinzione in: epilessie parziali (quando le crisi interessano una zona localizzata del cervello); epilessie generalizzate (quando le crisi interessano tutto il cervello); epilessie indeterminate se parziali o generalizzate.
L’approccio etiologico, si basa sulla causa che determina l’epilessia e prevede la distinzione in: epilessie idiopatiche, sintomatiche e criptogenetiche. Le epilessie idiopatiche comprendono le epilessie di presunta origine genetica, con disturbi funzionali senza alterazioni strutturali dell’encefalo; le epilessie sintomatiche sono le forme secondarie a lesioni cerebrali, anche se non sempre identificabili con le comuni tecniche di neuroimmagine; le epilessie criptogenetiche sono forme di cui si presume la sintomaticità, anche se non dimostrabili con le attuali tecniche.
L’evoluzione delle epilessie è anche eterogenea.  In alcune forme infatti si ottiene un completo e stabile controllo delle crisi, per cui si ha la  guarigione; in altre forme, nonostante un adeguato trattamento farmacologico, le crisi persistono. Si parla in tal caso di Epilessia farmacoresistente.
 
In base all’evoluzione delle epilessie si possono identificare quattro gruppi. Il primo costituito dalle cosiddette epilessie “benigne”, come ad esempio l’epilessia idopatica a parossismi rolandici, in cui si osserva la remissione dopo pochi anni e generalmente si può  evitare il trattamento. Il secondo gruppo costituito dalle epilessie farmcosensibili, come ad esempio l’epilessia generalizzata idiopatica dell’infanzia con assenze, in cui le crisi sono generalmente del tutto controllate dai farmaci antiepilettici e si assiste dopo alcuni anni ad una remissione della condizione epilettica. Il terzo gruppo è costituito dalla epilessie farmacodipendenti, in cui è possibile controllare le crisi con un trattamento farmacologico, ma non vi è una remissione autonoma delle crisi, nel senso che alla sospensione del trattamento le crisi recidivano, come ad esempio nell’epilessia mioclonica giovanile ed in molti casi delle epilessie focali sintomatiche. Il quarto gruppo è costituito dalle epilessie farmacoresistenti, in cui nonostante un adeguato trattamento antiepilettico non si riesce ad ottenere un controllo delle crisi; è tra questi casi che uno studio approfondito costi/benefici può indirizzare il paziente verso un trattamento chirurgico dell’epilessia. 
 
Si stima che in Italia vi siano circa 160 mila persone con epilessia farmacoresistente, tra queste circa 80 mila con epilessia focale farmacoresistente. La maggior parte delle quali potrebbe beneficiare di un trattamento chirurgico dell’epilessia.
Nel bambino, in particolare, la presenza di una forma di epilessia farmacoresistente,  può talvolta rappresentare la causa di un deterioramento intellettivo, il cui peso, spesso, acquista una consistenza clinica superiore a quella della stesse crisi epilettiche. In età pediatrica circa il 30-40% delle epilessie parziali sono resistenti al trattamento farmacologico; una buona parte di queste è potenzialmente candidata al trattamento chirurgico. Il trattamento chirurgico ove possibile, è un importante strumento terapeutico, che può consentire, oltre al controllo delle crisi, la prevenzione degli effetti deleteri sullo sviluppo cognitivo e relazionale, evidenziati nelle forme di epilessie severe dell’infanzia.
Questo è il motivo per cui nell’arco dell’ultimo ventennio la comunità scientifica internazionale ha sviluppato un’attività volta ad utilizzare tra i possibili strumenti terapeutici delle epilessie farmacoresistenti un’opzione chirurgica, finalizzata ad eliminare il tessuto cerebrale sede del focolaio epilettogeno e a migliorare la qualità della vita.

Additional information